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  • 16 Gennaio 2017

    La scienza che ci spinge a valutare meglio la vita in città

    La vita all’aria aperta potrebbe non essere quell’Eden di salute che avevamo creduto

    Abbiamo sempre immaginato che vivere in campagna fosse più sano e salubre che trascorrere le proprie giornate in una affollata e nevrotica metropoli, ma forse le cose non stanno proprio così.
    La vita all’aria aperta potrebbe non essere quell’Eden di salute che avevamo creduto. Le nostre certezze si sgretolano davanti allo studio americano condotto dal Cdc, l’agenzia governativa che monitora i dati epidemiologici statunitensi. La ricerca ha messo a confronto i dati di mortalità della popolazione con meno di 80 anni che vive nelle grandi aree metropolitane americane con quella che risiede in aree rurali o non metropolitane (circa il 15% del totale pari a 46 milioni di cittadini), analizzandone i trend di mortalità dal ’99 al 2014. I ricercatori hanno definito uno standard di mortalità attesa in base ai dati provenienti dai tre Stati dell’Unione con i valori più favorevoli, la mortalità in eccesso è quella che si viene a manifestare superando lo standard così definito. Questo calcolo, che può sembrare artificioso, ha il grande vantaggio di evidenziare quelle morti verosimilmente prevenibili grazie ad azioni mirate (limitando i fattori di rischio che ne sono responsabili).

    I dati sono netti e documentano come chi vive nelle aree verdi statunitensi sia a maggior rischio di morte per le 5 cause più frequenti del mondo occidentale: malattie cardiovascolari, tumori, bronchite cronica ed enfisema, incidenti involontari, ictus. Inoltre i risultati sono gli stessi, che si considerino New York, Boston o altre grandi metropoli e diverse aree rurali, dal Texas al Mississippi. È probabile, però, che il dato americano sia legato ad aspetti peculiari di quel Paese: chi vive in campagna è generalmente più povero di chi vive in città, fuma di più, è più spesso obeso e ha meno facilità di accesso ai grandi ospedali, sia per le distanze, sia per ragioni socioeconomiche. I risultati non sono quindi immediatamente trasferibili alla realtà europea e italiana, dove non è detto che il profilo della popolazione che vive in campagna sia lo stesso che in America e dove certe problematiche sociali sono assai diverse. L’attenzione all’ambiente, alla salute, al cibo alle nostre latitudini è diversa da quella che si può avere nelle campagne statunitensi. Chi poi vive in Italia lontano dalle grandi città potrebbe anche avere un’alimentazione più sana, meno panini e più dieta mediterranea, con tutti i benefici che ne derivano.
    Ma certo questo studio infrange il mito della vita all’aria aperta come esempio di relax e salute, e forse indurrà alcune multi-nazionali che hanno costruito le loro campagne di marketing sull’immagine dell’uomo a contatto con la natura a rivedere le strategie di comunicazione. Così come dovremo chiederci se davvero lo stress della grande metropoli faccia poi così male o non sia invece il sale per vivere meglio e più a lungo.
    Insomma abitare in grandi città, come raccontava Woody Allen in Manhattan, non è poi così male e, al di là delle riflessioni di politica sanitaria, anche un po’ di filosofia New Age andrà forse rivisitata.

    [Fonte: Corriere online, scritto da dott. Sergio Harari]